Giovanni Vanni

Medico per professione, Scrittore per passione

Racconti

Una fucilazione

Il gallo cedrone scese con un'iridescente battito d'ali sui cespugli di lampone, attirato da quei ghiotti bocconi che s'intravedevano fra le foglie. Un rumore, la comparsa di un muso bianco e marrone, che in un attimo gli fu appresso, la fuga verso l'alto, dove l'intruso non poteva raggiungerlo. A raggiungerlo ci pensò la rosa dei pallini della fucilata. Neppure la possibilità di realizzare l'immediato avvicinarsi della morte. Stramazzò con un colpo sul terreno, il becco insanguinato, le ali inerti, dischiuse ad accogliere un riposo profondo, gli occhi aperti, forse nell'ultimo tentativo di chiedere:perché. 

Il cacciatore, con lo sguardo soddisfatto e una linea di sorriso sul volto, si chinò a raccogliere la preda, con la cupidigia dipinta sul volto, ancora inebriato dall'odore della polvere da sparo, incapace di intuire i motivi del silenzio nel piccolo bosco di rovi e betulle, di quanti, impotenti, avevano assistito al misfatto.

 

 

Cavalli da tiro

 

Il carro procedeva stentatamente nella strada sterrata di campagna tra le buche piene d’acqua ghiacciata. C’era una leggera salita e i grandi zoccoli del cavallo Teodoro frantumavano il ghiaccio che schizzava via insieme all’acqua formando in controluce scaglie vive d’argento.

L’uomo a cassetta, cupo e infreddolito, mostrava solo un pezzo di faccia e gli occhi che parevano appisolati, ma lacrimavano dal freddo.

-            Floriano-, disse Teodoro al carrettiere, - non credo che quando saremo arrivati in cima mi lascerai con tutto il sudore addosso, come hai fatto l’altro ieri, ti ricordi?-.

-            Ma quanto sei uggioso, Teodoro, me l’hai ripetuto già un sacco di volte. Me n’ero dimenticato, te l’ho già detto, che vuoi, che ti chieda ancora scusa? Vedi di muoverti, piuttosto, pare che tu vada a spasso invece che a lavoro. Se continui di questo passo, faremo tardi.

-            Sempre la stessa zuppa! Fai qua, fai là, muoviti fannullone. Vorrei vedere te, far girare le quattro ruote di questo carro, che poi, non capisco perché voi uomini l’abbiate fatto così pesante.

-             I soliti discorsi del cavolo. Io sono la mente, tu il braccio. Io sono nato uomo con un cervello, tu cavallo senza niente in testa, ecco tutto.

-            Io sono quello che lavora e tu quello che sta a guardare.

-            Ma che parlo a fare con un cavallone senza giudizio? Te lo ripeto: io sono nato uomo con un cervello e tu cavallo senza niente in testa.

-            Io sono figlio di cavalla e tu di zoccola.

-            Proprio tu a parlare, scommetto che tua madre s’è fatta scopare dall’unico cavallo scemo di tutta la regione.

Come al solito, il dialogo non portava a nulla di concreto, ma serviva a rendere meno faticoso il lavoro e tenere in piedi l’amicizia. Si conoscevano bene quei due. Stavano insieme da otto anni e tra loro s’era stabilito un tacito accordo ed una certa armonia, perciò, non c’era quasi bisogno di parlare per esprimere i propri bisogni, ma talvolta Teodoro doveva ricordare a Floriano i suoi obblighi perché questi era perennemente distratto e sempre con la testa rivolta alle sottane. Una volta, per questo, Teodoro era stato abbandonato col carro attaccato senza freno in salita per più di due ore. In seguito a quel fatto, sfinito dalla fatica, s’era rifiutato di lavorare tutto il giorno ed aveva tenuto il muso anche il giorno dopo, malgrado che Floriano gli avesse dato doppia razione di biada e le zollette di zucchero per farsi perdonare.

         Un tipo strano quel Floriano, un padrone atipico, proprietario di niente, neppure di se stesso. Anche lui, attaccato come il suo cavallo, era impegnato a trascinarsi dietro i sentimenti di tutta una vita ed a portarsi addosso con indifferenza tutta la sua eredità, la parte migliore e quella peggiore, senza recriminare per la sua condizione sociale ed economica che l’obbligava ad andare qua e là senza programmi né alternative.

Appeso per i piedi, a testa in giù, dalle sue tasche uscivano solo pensieri, semplici, innocui, comuni a tutti i poveri, ed erano tanti, tanti che non riusciva nemmeno a contare.                                                       

Il sesso aveva plagiato la sua esperienza e la conseguenza era stata una disillusione sentimentale dalla quale per lungo tempo sopravviveva cercando talvolta d’annegare in fiumi di vino il suo disappunto e placare i languori della sua illusione, il più delle volte, tessendo matasse d’ilarità e finzione nelle quali egli stesso finiva per perdersi o per l’essere coinvolto. 

         Il fatto d’avere un nome e quindi un’identità, imponeva degli obblighi a Teodoro. Soprattutto, sentirsi interpellare in occasione di alcuni problemi lo motivava a dare il meglio di se stesso e sopportare pazientemente certi scatti d’ira di Floriano, soprattutto per quel suo insistere nell’addossargli colpe che non aveva, quando le cose non andavano bene.

Entrambi, se pure di natura diversa, svolgevano un lavoro improbo con allegro impegno, senza dar peso alla fatica e alle avversità che la strada procurava. Nessuno dei due era rammaricato dalla bassa condizione sociale. Sapevano che dovevano lavorare e basta.  Incrociando grandi  automobili o bellissime carrozze con persone sontuosamente vestite e cavalli puro sangue ben curati ed  imbellettati da ricchi finimenti, non provavano rammarico, né tanto meno invidia, perché consideravano il fatto inevitabile e accettavano di buon grado la loro condizione.  

Erano tempi duri, allora. Le autovetture in giro si potevano contare. Il carburante per i trasporti era dato dal sudore di uomini e animali, le vie di comunicazione erano quelle che erano. Polvere d’estate, fango d’inverno e sassi dappertutto. Le strade per i paesi, quasi tutte in salita, erano fatte di ciottoli che davano presa agli zoccoli, ma rendevano più pesante il carro. L’alimentazione ricorrente era fornita da pane per gli uomini e fieno per i cavalli. Il lavoro era improbo, ma talvolta concedeva degli spazi che erano riempiti dal buonumore da parte di entrambi, tanto da convertire la fatica in gioco.  

         Finalmente erano arrivati davanti al portone del magazzino della fattoria dove c’erano da caricare le botticelle di vino passito e gli orci d’olio da portare alla cooperativa del paese. Floriano buttò sulla schiena sudata di  Teodoro la consunta coperta militare, frenò il carro che era in leggera discesa e chiamò a gran voce qualcuno della fattoria.

-            Era tempo che arrivaste-, disse Vasco, il massaio, - bravo Floriano, naturalmente, col tuo comodo anche questa volta, vero?

-            Ma è possibile che ti lamenti sempre? Cambiati la faccia, piuttosto. Quando ti vedo così, con quell’espressione da funerale non so se piangere o incazzarmi. Porca miseria! Solo piagnistei e borbottamenti. Ti dovevano chiamare Borbottino invece che Vasco.

-            Ho capito, hai bisogno di un bicchiere di vino per rabbonirti. Vieni, così ti scaldi un po’ e la smetti di fare il muso duro-, e s’avviò a prendere il fiasco col bicchiere sulla mensola accanto alla porta, già pronto per chi passava dalla fattoria, dicendo ad alta voce per farsi sentire: -a te da poppante ti devono aver dato il latte di botte. 

Il carico comportò due ore di duro lavoro, soprattutto perché gli orci erano fragili e l’olio che contenevano valeva oro, occorreva pertanto vincolarli con cura.

Il tempo non era stato clemente e la maggior parte delle olive era caduta prima di maturare, il prezzo quindi era arrivato a vertici mai raggiunti prima. Salutandoli, il massaio regalò a Floriano un cordone di salsicce e questi si sdebitò dandogli a sua volta uno dei due cesti di caki regalatigli dalla sua amica, proprietaria del podere “La Campanaccia”.  

Chi conosceva bene Floriano sapeva di poter contare su di lui in caso di bisogno, ma bisognava  prenderlo per il verso giusto. Con i modi bruschi c’era da veder scatenata una rissa, occorreva però fare attenzione nel manifestare modi troppo teneri e suadenti, perché quando si rendeva conto d’avere a che fare con i ruffiani diventava arcigno, ruvido e non gli si poteva cavare neanche un millesimo di favore.  

La sorte aveva voluto che anche Teodoro avesse lo stesso carattere. Il proverbio “Dio li fa e poi li accoppia” s’adattava benissimo a quei due generosi, permalosi e cocciuti quanto mai.

Accade talvolta che gli ammalati dello stesso male arrivino ai ferri corti, ma poi finiscano per arrivare ad un accordo. La fine di quella giornata però stava per portare ad una lite che sarebbe degenerata in rottura vera e propria.

Teodoro, nel prendere la rincorsa che gli avrebbe consentito di superare più agevolmente una salita, non tenne conto del paracarro che, malaccortamente, era situato a metà dell’interno della curva, proprio dove è possibile andare a sbattere se non si calcola bene la traiettoria. Quella volta Teodoro tirava un carro a quattro ruote, anziché due, quindi più lungo. Non tenne conto di questo e rimase fregato. Il cozzo mandò in frantumi due orci d’olio e danneggiò una ruota del carro. Un disastro. Ne seguì una lite furibonda. Teodoro, afflitto e mortificato, cercò di dare una spiegazione a quanto accaduto, ma Floriano non se ne dette per inteso e continuò a maltrattare l’amico come non aveva mai fatto in otto anni.

-            Sei un buono a nulla. Guarda cosa mi hai combinato. Come faccio ora a pagare tutto questo danno? Accidenti a te, no, anzi, a me che ti ho comprato. Accidenti a quel giorno.

E giù, imprecazioni e bestemmie. Teodoro, nelle brevissime pause di quella sequenza di parolacce ed offese, cercava di reagire con garbo, ma Floriano non gliene dava il tempo. Quando questi intese riprendere fiato, Teodoro vide l’occasione buona per dire le sue ragioni, ma ormai gli era venuta meno la voglia di discolparsi. Accade spesso che quando qualcuno si sente in colpa, specialmente quando la mortificazione è particolarmente dolorosa, piuttosto che chiudersi in un mutismo e mettersi nell’angolo per autopunizione, reagisca per sfogo scaricando su altri le sue colpe. E’ quanto accadde a Teodoro che, sentendosi anche eccessivamente colpevolizzato, poiché dalla sua posizione non poteva vedere quanto era accaduto dietro e quindi rendersi conto della gravità del danno, sbottò a sua volta furiosamente:

         - E che sarà mai successo? Neanche se fosse morto qualcuno! Ho fatto sempre quanto ho potuto. Ho sempre lavorato, mentre tu te ne stavi in panciolle. Ti ho fatto guadagnare ed io cosa ho avuto? Da mangiare soltanto e mai un po’ di riposo. Faccio tutto da solo, tu te ne freghi. Anche ora che io cercavo di prendere lo slancio per la salita, tu dov’eri? Sicuramente a pensare alle tue puttane.   

A quel punto Floriano, che frattanto aveva ripreso fiato, si buttò nella rissa, ma in malo modo. I nervi lo portarono a fare ciò che non aveva fatto mai con Teodoro. Prese dal carro il bastone che usava per tirare il telone d’incerato e glielo scaricò più volte con tutta la forza sulla schiena, fino a romperlo. Teodoro subì stoicamente senza protestare nonostante il gran dolore. Si piantò a zampe larghe sulla strada e non ci fu verso di farlo muovere. Floriano provò in tutti i modi, blandendolo, minacciandolo, picchiandolo, ma lui, niente. Il carro restò lì fin quando il contadino di un podere vicino, che aveva assistito alla scena, provò a prendere le redini. Solo allora  Teodoro si mosse.

Il giorno dopo, Floriano lo vendette a un carrettiere che più volte gli aveva fatto l’offerta, ricavandone un buon prezzo.

                                                        ***

         Si può dire che il padre di Floriano fosse nato carrettiere. Aveva ereditato il carretto dal padre il quale prima di lui l’aveva ereditato dal nonno. Per tutta la vita aveva fatto quel lavoro ed era sceso da cassetta solo quando s’era reso conto d’essere troppo vecchio per quel mestiere. Donati al figlio i due carri, il cavallo e tutti gli attrezzi del mestiere, si era abbandonato al consueto riposo, legittimo per chi ha faticato tutta una vita, in attesa di quello definitivo che deve arrivare per tutti. Giornalmente, in ogni modo, sia per rendersi in qualche modo utile, sia per cercare di dimenticarsi della sua costante tristezza, ma più che altro per godere della compagnia di Teodoro al quale era molto affezionato, faceva capolino nella stalla. Col figlio c’erano spesso degli screzi. A modo loro, i due si volevano bene, ma il carattere forte di entrambi non li aiutava ad andare d'accordo. Floriano, dimentico dei sacrifici fatti dal padre per mantenere dignitosamente una famiglia nel periodo in cui i ragazzi andavano scalzi e mangiavano pane con castagne o fichi secchi, quando se ne trovavano, si annoiava ai discorsi polemici e le paternali e frequentemente voltava  le spalle al padre, acuendo così la disarmonia.  Il vecchio, come la maggior parte dei suoi pari, credeva che i suoi diritti superassero di gran lunga i doveri, perciò, ogni cosa che gli andava storta lo trovava ad imprecare contro il destino, contro il figlio, contro la comunità, mai contro se stesso. Aveva inoltre frequenti scatti di nervi che servivano soprattutto a mascherare la sua consapevolezza di non essere più in grado di dare ciò che avrebbe voluto.

Abituato fin da ragazzo a lavorare, costretto dal proprio temperamento a non stare mai con le mani in mano, il riposo forzato dagli anni e dagli eventi era per lui una sofferenza e quando l’osteria dove gli amici e i mezzolitri di vino avrebbero dovuto sortire qualche effetto positivo non attenuava il nervosismo dell’insoddisfazione si rifugiava nella stalla a discutere con Teodoro. E con chi, sennò. Non certo col figlio che se ne stava costantemente pei fatti suoi. Con tutti parlava ed era allegro, ma non con lui che non lo stava a sentire. Diceva che era stufo di sentire sempre le stesse cose. E di che poteva parlare il vecchio, se non di quello che conosceva, l’unico argomento vissuto per tutta una vita? Tra loro c’era un muro di ghiaccio, altrimenti definibile incomprensione.

E’ possibile immaginare la scena, quando gli fu riferito che Teodoro era stato picchiato e poi venduto a Beppe, carrettiere senza cuore, noto per il modo feroce con cui trattava i cavalli. Ne venne fuori una lite dalla quale scaturirono urla selvagge che furono udite da tutto il vicinato. In seguito a questo, il vecchio, ammucchiate le sue robe, lasciò casa e figlio ed andò a vivere presso una sorella nubile.    

         Il fatto non arrivò a conoscenza di Teodoro, e quand’anche fosse avvenuto, non avrebbe cambiato il calvario di un cavallo che, abituato a dialogare e a essere trattato in un certo modo, si trovò a lavorare tante ore al giorno, a patire la fatica, le frustate e talvolta anche il sonno, a mangiare paglia con poco fieno, ben sapendo che doveva  resistere a quella vita infame o finire al macello.

Era precipitato in una condizione impossibile, e quando nei pochi momenti di pausa la fatica glielo consentiva, non faceva altro che pensare a Floriano. Quello sì che era un padrone. Che stupido era stato quella volta. Se almeno fosse stato zitto, dal momento che era colpevole di tutto quel disastro. Aveva fatto di tutto per innervosire il suo padrone e gli era finita così. Se l’era meritato. Certo però che la colpa l’aveva pagata cara. Cosa avrebbe fatto per tornare indietro!

Floriano, da parte sua, riscontrava la differenza tra Teodoro ed Alessia, la nuova cavalla, e rimpiangeva i tempi un cui il lavoro gli rendeva di più e gli pesava di meno. Il colloquio costante con Teodoro rendeva la fatica sopportabile e le giornate meno uggiose. Quanto sarebbe voluto tornare indietro! Effettivamente, aveva chiesto troppo a quel cavallo, ma era abituato a fidarsi di lui, tanto da lasciare le redini. Quella volta aveva sbagliato lui, non Teodoro. D’accordo, era un cavallo intelligente, ma come faceva a sapere che tirava un carro lungo a quattro ruote se aveva il paraocchi che gli impediva di vederlo? L’aveva umiliato, picchiato senza ragione, per questo Teodoro s’era offeso e lui, per tutta risposta, l’aveva venduto. Chissà come se la passava ora quel povero cavallo. Di sicuro, il suo nuovo padrone non sarebbe stato tenero con lui. S’era ricordato che in più occasione quel bell’imbusto di Beppe si lamentava perché il suo cavallo non resisteva alle salite. Ora aveva capito come stavano le cose. Da tempo cercava un cavallo forte e resistente che gli consentisse di tirare il suo carro per le salite che portavano al borgo delle Due Torri. Certo, Teodoro andava bene per lui, ma che vita gli avrebbe fatto fare? Non voleva pensarci.

Era veramente un brutto periodo il suo. La perdita di quel cavallo pareva avergli portato tutta una serie di sventure. Il lavoro non andava bene come prima, suo  padre se n’era andato, perfino la cameriera della locanda gli aveva dato il ben serv/ito. Diceva che stava volentieri con lui perché la faceva ridere, ma da un po’ di tempo la sua compagnia era diventata un mortorio, quindi, s’era stufata. Di maschietti ne poteva trovare quanti ne voleva, diceva, e lei aveva bisogno d’allegria. Lui ce la metteva tutta per rimanere a galla, ma era come annaspare in un lago d’acqua torbida senza mai riuscire a toccare la riva. Un gran brutto affare. Pareva andargli tutto storto.

Erano passati quattro mesi ed i due amici, ognuno per i fatti suoi, continuavano a pensare agli anni felici passati insieme. Un giorno, caso volle che i due s’incontrassero nella piazza del borgo. Floriano aveva fermato il carro davanti alla cantina e cominciato a scaricare le damigiane. Ancora non era estate piena. Per chi non lavorava, il calore di quel periodo sortiva un chiaro benessere,  ma per chi portava quei pesi, il caldo creava disagi notevoli, perciò Floriano, già dopo venti minuti era fradicio di sudore. Il lavoro doveva essere terminato al più presto perché dopo aveva da caricare di nuovo alla fattoria i sacchi di frumento e portarli al granaio del paese. Voleva terminare il lavoro prima di sera, ma  il passo di quella cavalla andava bene per i funerali, non per il lavoro di un carrettiere. Arrivato a destinazione dopo notevoli stenti a causa della salita che l’aveva obbligato a spingere il carro per aiutare la cavalla, un po’ per il caldo, un po’ per la fretta di terminare, andava dritto per il suo lavoro e non si guardava intorno, altrimenti si sarebbe accorto che attaccato al carro che stava sopraggiungendo e che si collocava vicino al suo, c’era un cavallo particolare.

Teodoro era ridotto male. Da quel giorno sfortunato non aveva avuto più pace. Il nuovo padrone non si curava minimamente di lui, non pensava di assicurarsi che i finimenti non fossero troppo stretti o qualcosa che sporgeva gli lacerasse la pelle. Con Floriano tutto era diverso. Con lui poteva parlare e talvolta non ce n’era nemmeno bisogno, si capivano a volo. Ora, il lavoro era tanto e gravoso, sì da sfibrare un cavallone bello e gagliardo come lui. Pareva che il suo padrone non dormisse mai. Si finiva tardi e non c’era possibilità di recuperare. Il tempo per mangiare era sottratto al sonno.  All’alba si ripartiva senza avere avuto il tempo di recuperare. Quando il padrone si prendeva un po’ di riposo, arrivava il figlio, così si alternavano, ma lui doveva sempre andare avanti, perché  il cambio non glielo dava nessuno. Se rallentava il passo per tirare il fiato arrivavano immediatamente dolorose frustate che gli sollevavano la pelle e gli facevano venire le piaghe, poi, le mosche facevano il resto. Qualche volta Beppe lo medicava con una sostanza che all’inizio bruciava maledettamente, ma pareva funzionare, sennonché, ogni giorno arrivavano altre frustate e tutto ricominciava daccapo. Non c’era possibilità neppure di ammalarsi perché aveva saputo come agiscono certi padroni. Quando il cavallo non funziona più si vende al macello. Tirare avanti, questa è la vita di chi nasce animale da tiro. Devi pensare solo a lavorare, non ti puoi nemmeno guardare intorno. Ti mettono il cesto davanti col fieno per farti mangiare mentre lavori, così non perdi tempo; i finimenti talmente stretti che non ti puoi muovere e ti fanno essere un tutt’uno col carro, e il tuo mondo è quello che puoi vedere col paraocchi: solo la strada. Se cerchi di soffermarti solo per odorare l’erba che sta ai bordi della strada o cercare di bere l’acqua della fontana arrivano frustate che entrano sotto la pelle. Non puoi permetterti di star male. Gli uomini possono ammalarsi, allora si riposano e si curano. I cavalli no. Mai. Quando stanno male nessuno se ne accorge. Bisogna proprio che stiano per morire per chiamare i dottore e se quello dice di farci riposare non lo stanno a sentire.

In quella stalla piccola e buia dove nessuno mai andava neppure a rivoltare lo strame,  si materializzavano i ricordi che lo riempivano di tristezza. Era passato troppo poco tempo per dimenticare la sua stalla luminosa, sempre pulita, con la mangiatoia e il secchio vicino costantemente pieni di fieno profumato e biada o i giorni di festa o di pioggia intensa, quando stava a poltrire in compagnia della capra Silvana che divideva con lui  le notti ed i periodi di riposo. Spesso Floriano la conduceva con lui nel prato vicino alla stalla per farli pascolare. Gli mancava tanto la sua compagnia. Quanto avrebbe voluto dormire di nuovo sentendo il contatto di quella creatura della quale conservava nelle froge l’odore e negli occhi l’espressione mansueta, soprattutto ora che era costretto a passare le notti, assediato dalla solitudine e dagli acciacchi!

Era una mattina di Domenica. Quel giorno, gli uomini si riposano, ma per i carrettieri, la festa arriva solo nel pomeriggio e non sempre. Il padrone, che già da qualche giorno non stava bene, a quell’ora era sicuramente a letto e si era fatto sostituire da un nipote che aveva sempre fretta di terminare il lavoro e stava scaricando velocemente in un magazzino della piazza del paese. Come di solito, erano entrati a ritroso, così potevano scaricare più agevolmente il carro ed erano poi pronti a ripartire. Teodoro vedeva quanti gli passavano davanti, ma nessuno poteva vedere lui perché era al buio nell’interno del magazzino. A un certo punto lo prese un’eccitazione strana che non lo faceva star fermo. Cominciò a muoversi, a nitrire e scalpitare. Qualcuno gridò di star fermo, poi arrivarono anche le frustate, ma lui, niente! Pareva non sentirle. Poi, a un tratto, capì il motivo di questa sua eccitazione. Era passato il carro di Floriano che faceva il giro della piazza per tornare indietro. Ebbe una stretta al cuore quando lo vide scomparire. Non era Floriano col suo carro quello che passava, ma la sua stessa vita che se n’andava lontano. Si acquietò subito. Lo prese uno sconfinato senso d’abbandono e per un certo  tempo temette di non riuscire neanche a respirare. Il dolore chiama a raccolta tutti i sensi. Ciò che si vede in quei momenti è distorto dalla violenza dei sentimenti che hanno la capacità di trasformare i luoghi, il tempo, persino l’aria che appare satura di umori tossici, perciò, il selciato del magazzino gli parve pieno di sabbia nella quale affondava fino ai ginocchi e la paglia del cesto legato davanti al muso, gli parve trasformato in fili di colla che gli impastavano la bocca e non poteva deglutire.

Ormai la sua strada era segnata. Aveva agito in modo scriteriato e questa era la conseguenza. Anche i cavalli sanno  che non si può tornare indietro nel tempo. Avrebbe dovuto cercare l’occasione per chiedere scusa, ma sarebbe stato ascoltato? Ma poi, aveva le sue ragioni. Era stato colpito forte, con rabbia. Che avrebbe dovuto fare? Doveva pur tutelare la sua dignità. Ora però, col passare dei giorni, considerava che per questo stava pagando un prezzo troppo alto e si chiedeva se fosse del tutto giustificata questa sua prova d’orgoglio.

         Un’altra volta, nel mezzo di una curva ci fu un incontro fortuito, ma si verificò troppo in fretta. Uomini e animali erano talmente condizionati dalla fatica che i carretti passarono oltre e solo dopo la curva Teodoro realizzò di avere incontrato Floriano. Il primo impulso fu fare un rapidi dietro-front e corrergli dietro per chiedergli scusa, ma era attaccato al carro e non lo avrebbe potuto fare. E poi, quale sarebbe stata la conseguenza, con uno come Beppe che considerava i cavalli buoni solo per il lavoro ed il macello? Inoltre, non poteva  dimenticare che lui era solo un cavallo che aveva dimenticato il suo ruolo e aveva osato reagire come neppure l’ultimo degli umani avrebbe dovuto col suo padrone. E poi, pensandoci bene, Floriano doveva pur tutelare la sua appartenenza al genere umano. Certo però che non era facile stabilire le colpe. Il  discorso non faceva una grinza, d'accordo, ma qualcosa gli andava di traverso. Cercava di convincersi d’avere agito nel modo giusto e legittimo, ma il rimorso l’accompagnava come un’ombra.

Era una giornata calda, ma non afosa. Di tanto in tanto l’aria era scossa da bordate di vento. Il tendone, malamente legato, ondeggiava rumorosamente sul carro, ma Teodoro, intento a recuperare il fiato, pareva non fosse disturbato da tutto questo. Il problema, piuttosto, era dato dal carico eccessivo. Già in pianura, all’uscita dalla fattoria, aveva cominciato a faticare. Non si rendeva conto di come avrebbe fatto a superare la salita. Il carico si faceva sempre più pesante e le frustate più forti. Due volte aveva cercato di rallentare il passo, e fatto finta d’incespicare per far capire che stava cedendo, ma il padrone non se l’era dato per inteso. Come Dio volle, erano arrivati alla cantina. Stremato, faticava a stare in piedi. La mente annebbiata per la gran fatica gli impediva di rendersi conto di ciò che stava accadendo intorno, altrimenti avrebbe visto qualcosa che da quattro mesi aveva solo sognato. Era stato piazzato accanto a un altro carro ormai quasi del tutto scarico.         

-            Mi potreste dare anche qualcosa da bere-, disse una voce al proprietario della cantina,  -altrimenti il sangue mi si asciuga del tutto.

Nel sentire quella voce Teodoro sobbalzò. Il cuore pareva scoppiargli dalla fatica, ma percepì ugualmente il cambiamento del ritmo. Aveva riconosciuto la voce di Floriano. Sicuramente si sarebbero incontrati, doveva per forza passargli davanti. L’eccitazione però se n’andò ben presto per far posto alla tristezza, diventata ormai cronica.  Solo qualche tempo addietro la cosa l’avrebbe esaltato fino a farlo diventare isterico, ma ormai per lui anche quell’incontro sarebbe stato come un evento qualsiasi. Il giorno del litigio e quello successivo della sua vendita erano passati in un tempo irreale, rocambolesco, senza quasi dargli il tempo di pensare, ma poi, lentamente, aveva realizzato l’entità del cambiamento. Ormai era un cavallo sconfitto e sofferente. Per tanto tempo aveva sognato quell’incontro, ma ora sapeva di dover prendere le cose come venivano. Sapeva che fra poco Floriano l’avrebbe notato, ma cosa importava, se la sua sorte era ormai segnata? Certo, il suo amico di un tempo si sarebbe fermato ad osservarlo,  ma in quale stato l’avrebbe rivisto!

Per un po’ di tempo si udirono i rumori cupi dei barili e dei caratelli e le voci degli uomini intenti al trasbordo, poi, gli comparve Floriano davanti. Era lì, davanti a lui che lo osservava con aria triste. L’aveva lasciato in perfetta forma, forte, bello,  ed ora lo ritrovava dimagrito, pieno di piaghe, con un’enorme crosta sanguinolenta su un ginocchio, con nugoli di mosche voraci addosso ed immediatamente invecchiato. In quel momento Teodoro stava con gli occhi chiusi e non l’aveva né visto, né sentito arrivare, tanta era la stanchezza che aveva addosso.

-            Come ti hanno ridotto, amico mio!-, gli disse Floriano con aria triste, -pensi che possa fare qualcosa per te?

Teodoro scosse il capo, non tanto per risposta, quanto per dire di lasciar perdere, di non parlare ancora, tanto, non ne valeva la pena. Floriano stette un po’ a pensare, poi intuì il muto linguaggio di Teodoro e rientrò nella cantina.

         -Beppe-, disse forte, tanto da farsi sentire da Teodoro, -ancora non mi hai detto come va quel cavallo che ti vendetti.

         - Male! Me l’avevi dipinto come un campione, invece dopo poco ha cominciato a battere la fiacca. Non ha resistenza, non ha carattere. Si vede che l’avevi abituato troppo bene.

         - Con me ha sempre fatto il suo dovere, t’assicuro. Non ci crederai, ma dopo poco che te l’avevo venduto me ne sono pentito.

         - Non so che dire. Per ora riesce a farmi lavorare, ma se continua così me ne voglio disfare, a costo di venderlo al macello.

         - Probabilmente si sarà ammalato. Non capisco questo calo; con me andava così bene…. E’ quello attaccato al carro? Fammi un po’ vedere.

- Certo che a vederlo così ridotto-, disse dopo aver fatto finta di averlo visto per la prima volta, - senti un po’, mio padre s’è arrabbiato tanto quando te l’ho venduto, perciò, se vuoi, te lo posso ricomprare, ma non a un prezzo alto. Ormai, a quel che vedo, è ridotto proprio male. In ogni caso te lo pagherei più di quanto pagherebbe il macello. Pensaci. Sai dove trovarmi.

         -Voglio provare ancora un po’, chissà che non si rimetta. Potrebbe anche fare il finto ammalato. Non è la prima volta che capita, ma ho un sistema infallibile per questo. Basta portarlo dentro il macello e fargli capire che non c’è una via di mezzo. O questo o quello.

Teodoro, via via che seguiva il discorso si sentiva rincuorare. Da qualche tempo la ragione aveva cancellato la speranza, ma ora capiva che forse si stava per verificare qualcosa di nuovo. Talvolta il non riflettere comporta dei problemi, ma anche il troppo riflettere può essere negativo perché cancella quello che l’istinto dice. A lui era successo questo. Cercando invano di capire, aveva finito per ritenere di non avere alcuna possibilità di uscire da quella situazione e s’era completamente abbandonato alla sorte.

         Floriano chiese a Beppe di fargli controllare meglio le condizioni di Teodoro, visto che lo conosceva bene. Difficilmente i carrettieri consentono alle persone e tanto meno ai colleghi di avvicinare i loro animali. Lo fanno un po’ per superstizione ed un po’ per timore di brutti scherzi. Il loro principale mezzo di lavoro è il cavallo, prima ancora del carretto, e hanno sempre paura che la concorrenza indebolisca o elimini questo loro bene, sennonché,  Beppe pensò che ormai non avrebbe avuto nulla da perdere, pertanto, disse:

         - tu che sei vecchio del mestiere, guarda se è veramente ammalato e se ci si può ancora cavare qualcosa di buono. Ti darò un paio di fiaschi d’aleatico, altrimenti, accidenti a te che mi hai dato questa bella fregatura.     

 Floriano non se lo fece ripetere, tuttavia, per non dare a vedere quello che aveva in testa, sbuffò e disse, avviandosi verso il cavallo:

-            La fregatura, probabilmente, te la sei data da solo facendo lavorare a morte gli animali. Riguardo all’aleatico, sono sicuro che prima l’avresti annacquato.  E va bene! Andiamo a vedere se come penso, le tue sono solo esagerazioni.

Accertatosi che Beppe non l’aveva seguito, s’avvicinò alla testa di Teodoro e gli sussurrò:

-            Amico mio, forse riesco ancora a salvarti. Mi dispiace di quanto è successo. Dovevo essere pazzo, quando ti ho venduto. Anche mio padre s’è adirato a morte con me e se n’è andato da casa. Non posso pagarti per quanto ti ho venduto, non ho più i soldi necessari, ma se saprai recitare la commedia, vedrai che Beppe chiederà la metà e a quel prezzo ci posso arrivare.

Teodoro, testardo finché si vuole, ma intelligente, capì che quella sarebbe stata l’unica occasione per togliersi da quell’inferno e quindi doveva mettere da parte risentimento e senso di vittimismo. Prese del tempo per preparare la risposta percuotendo due o tre volte il selciato con lo zoccolo e facendo un lungo sospiro, poi disse:

-            Sono sicuro che tutto tornerebbe come prima. Farei di tutto per lavorare di nuovo con te. Dimmi che devo fare.

-            Devi fingerti malato, anche se ti sarà difficile, devi rifiutare il cibo e mangiare solo quanto basta per tenerti in vita. Fra quindici giorni ci sarà il mercato del bestiame e se dimagrirai ancora nessuno ti vorrà più comprare. Sarà il momento buono e io farò la mia offerta. Dirò che mio padre ha deciso di fare il vetturino e gli occorre un cavallo di mezza tacca per tirare il calesse. Ora vado, altrimenti Beppe s’insospettisce.

-            Buona questa-, disse Teodoro al quale stava tornando il buonumore, malgrado non avesse ancora recuperato per la fatica della salita.

Scuotendo il capo e con una smorfia di dispiacere dipinto sul volto, Floriano ritornò nella cantina e apostrofò così Beppe, quasi aggredendolo:

-            Ma come hai fatto a ridurre così quel povero animale? Non ti sei accorto che non sta quasi in piedi?

-            Sei tu che mi hai venduto un buono a nulla, il bello è che te la prendi con me. Io patisco il danno, non tu. Ma poi, come fai a dire che sono stato io a ridurlo male? Io l’ho fatto lavorare come gli altri.

-            Sì, e le piaghe che ha addosso se l’è fatte da solo, vero?-

Beppe non rispose. Fece le spallucce, poi, sbuffando, disse:

-            Allora, che ne pensi, mi conviene venderlo subito o aspettare per venderlo al mercato? Pensi che si rimetta a posto per quel giorno?

-            Io aspetterei ancora. Vedi se mangia regolarmente. Dagli qualcosa di buono: fieno d’erba medica e un po’ di biada. Se rifiuta, vuol dire che è proprio andato, forse solo mio padre che ha esperienza e tempo da perdere potrebbe fare qualcosa. Chissà! A lui potrebbe interessare per attaccarlo al calesse. Da qualche tempo dice che vuol riprendere a lavorare qualche ora come vetturino.

-            Non vorrei che tu cercassi di riprenderlo sotto prezzo.

-            Levatelo dalla testa. Non lo prenderei neanche a metà prezzo di quanto te l’ho venduto. L’hai fatto ammalare. Questo non è più cavallo da attaccare al carro, non lo vedi com’è ridotto?

-            Accidenti a te e a me che ci sono cascato-, ribatté testardamente Beppe.   

Erano passati alcuni giorni dall’incontro con Floriano e Teodoro aveva ripreso a sperare, ma aveva passato una brutta notte. Sapeva d’essere ammalato. Aveva una tosse continua e male al petto, si sentiva la febbre addosso. L’entusiasmo dato dal colloquio con Floriano veniva progressivamente accantonato dal grande sfinimento e ora provava un forte sconforto. Conservava ancora della speranza, ma sentiva le forze venir meno e percepiva che qualcosa lo stava abbandonando. Sapeva che se non si fosse fatto presto ad aiutarlo, quanto prima se ne sarebbe andato.

Era l’ora in cui stavano per arrivare Beppe o suo nipote. Sapeva che in qualche modo l’avrebbero fatto alzare ed attaccato a quel carro maledetto. Non avrebbero capito la sua incapacità di riprendere il lavoro. Certi uomini non capiscono che anche gli animali possono ammalarsi. Lui era nato per lavorare e così sarebbe stato, per tutta la vita. Lavoro e botte e vivere per gli altri. Altro che fingere, come aveva detto Floriano! Forse tra poco sarebbe tutto finito, forse gli mancavano solo pochi giorni. In fondo in fondo, questo era il destino di tutti i cavalli. La vita non era stata del tutto ingrata per lui. Aveva avuto un buon padrone, ma ora stava scontando quei periodi di felicità come se fossero peccati. Almeno, gli uomini potevano piangere e sperare di commuovere qualcuno. Lui no, non sapeva piangere, e poi per i cavalli non c’era pietà. Si rincantucciò in fondo alla stalla dove lo strame era più abbondante e dove la catasta della legnaia sembrava elargirgli una qualche protezione, quasi per mitigare l’affanno di un animale rinchiuso col cuore volto al suo intimo cielo ad implorare aiuto dal suo mondo invisibile.

  Si dice che per gli uomini la speranza sia l’ultima a morire. Non si sa bene come sia per gli animali, ma Teodoro agiva e pensava come gli umani dei quali, non si sa come né perché, aveva la stessa psicologia. Così, proprio quando era sull’orlo del collasso psicologico, pensò a Floriano e quanto lui gli aveva asserito. Certo, malgrado quanto era successo, sapeva di avere in Floriano un vero amico che avrebbe fatto di tutto per non lasciarlo morire così.

Il rumore classico dell’apertura del portone della stalla l’avvisò che doveva decidersi immediatamente a prendere il diavolo per le corna. Stabilì che si sarebbe fatto trovare sdraiato e incapace di reggersi sulle zampe. Era deciso. Quella volta non si sarebbe alzato o, almeno, non si sarebbe fatto attaccare al carro. E così fu. Beppe cercò di mascherare il disappunto e fece la voce grossa, ma senza alcun risultato. Si preoccupò infine di quello che stava accadendo, sapendo che per quel giorno e forse per altri non avrebbe potuto portare a termine il lavoro, per tal motivo, cosa  mai successa prima, cominciò a blandirlo, a fargli promesse, infine, ricorse alle minacce e poi, come consueto, alla frusta. Il risultato fu di vedere l’animale cercare di alzarsi e poi ricadere prima d’essersi sollevato sulle zampe.

                     Passarono altri giorni. Si arrivò così ai primi d’ottobre. Sull’altipiano cominciarono i primi freddi e si prevedeva che l’inverno sarebbe arrivato in anticipo. Come di consueto, la pioggia batteva i tetti e le strade e sembrava voler insistere per asportare i vapori tossici dell’estate e il marciume sparso dagli uomini.  La mano dell’autunno verniciava di colori dolci le foglie ed accarezzava i petali cercando di placare l’agonia dei fiori.

 Teodoro, come stabilito, rifiutò il cibo. Mangiò di nascosto solo qualche filo di fieno, trovato rovistando tra la catasta di legno. Si sentiva denutrito, ma il riposo gli aveva fatto bene e stava molto meglio. Continuò tuttavia a fingere di star male. Venne il maniscalco e altri due uomini che l’osservarono attentamente e confabularono a lungo. Si decise che  sarebbe stato appena in grado neppure di camminare e quindi non era il caso di portarlo al mercato del bestiame.

Arrivò infine Floriano e suo padre. Fu nuovamente invitato ad alzarsi, ma lui continuò a fare la commedia. Tentava di sollevarsi, faceva vedere di mettercela tutta, ma ricadeva sempre sulle ginocchia. Il padre di Floriano se n’andò per tornare dopo poco con un’altra persona che gli buttò sotto la pelle del liquido con una siringa. Floriano gli fece capire che ormai la commedia doveva essere terminata e lui, obbediente, dopo aver finto qualche incertezza riuscì ad alzarsi. Il padre di Floriano gli mise il morso e lo condusse nella sua vecchia stalla, lasciando Floriano discutere con Beppe.

                                                        ***

                     All’inizio della primavera l’aria era ancora frizzante, ma quando le nuvole diradavano appariva  un sole che dava un certo tepore. Gli alberi stavano mettendo i boccioli e tutt’intorno c’era aria di rinnovo. Gli arbusti si drizzavano rinvigoriti, l’erba faceva capolino e migliaia di piccoli animali uscivano dalla terra e dalla corteccia degli alberi, come se una mano invisibile avesse scostato il lenzuolo e suonato la sveglia.

-            Uffa, quando finisce questa salita?-, disse Floriano, sceso per spingere anche lui il carro che procedeva penosamente.

-            Le strade le avete fatte voi uomini-, disse Teodoro ansimando, poi, ripreso fiato continuò, -se le avessimo fatte noi cavalli le cose andrebbero meglio perché le avremmo fatte tutte in discesa.

-            Ma quanto sei spiritoso! Se non fossi così affaticato mi verrebbe da ridere, non per la battuta, ma per pena.

Teodoro non ribatté. Era abituato al fatto che Floriano rideva solo per le sue battute, difficilmente l’aveva visto apprezzare quelle degli altri. Era fatto così, che farci!  Bisognava capirlo. Non tutti avevano la fortuna di avere un senso dell’umorismo come il suo. 

Finita la salita, Floriano si era rimesso a cassetta con la solita aria indolente. Il carro avanzava lentamente, strofinando i cespugli del bordo della strada che quegli ultimi giorni di marzo avevano riempito di colori tra quali predominava il viola.   

Floriano teneva senza convinzione le redini sotto un braccio, ben sapendo che la direzione si sarebbe conservata lo stesso e con le mani libere lavorava col coltello all’ennesima scultura di legno, ben sapendo che non sarebbe mai stata portata a termine. Cantava. Di solito, sempre le stesse due o tre canzoni. Quando ne veniva fuori una nuova era uno strazio. Stecche a non finire, col rischio di far piovere. Quella volta tentava di ripetere una canzone che aveva imparato la sera prima all’osteria, ma era un tentativo disperato. Venne fuori una stecca così piena che lui stesso se n’accorse e la nota uscì a metà, violentata perché si liberò nell’aria qualcosa d’unico, un’accozzaglia di suoni che sapevano d’urlo, mugolio, raschiamento di gola, pernacchia. Al che, Teodoro fece uno scarto ed il carro sobbalzò paurosamente.

         -Che ti ha preso? -, disse Floriano vedendo Teodoro scosso da una specie di convulsione. - Se non vuoi rispondermi, almeno canta anche tu-, disse ancora a Teodoro che continuava a scuotersi, non si sa bene se per il gran ridere o per la puntura di un tafano.

-Io non sono un uomo.

- E allora canta come i cavalli. Te ne stai lì zitto zitto, mi fai uggia.

 - Lo sai che non so cantare. Le poche volte che mi ci sono provato mi hai fatto smettere dicendomi che ti facevo venire da piangere.

- Ma, sei o non sei contento?

- Certo che lo sono, e allora?

- Allora, fai qualcosa.

- Che cosa?

- Quello che ti pare, ma falla, piuttosto che sfottere il sottoscritto.

Per un po’ Teodoro stette zitto, come per raccogliere le idee, poi, cominciò a trotterellare battendo lo zoccolo a suon di musica e zigzagando come faceva, quando entrambi erano in buona e avevano solo voglia di ridere.

L’audizione

 

  Scesa al capolinea dell’autobus, fasciata da un tailleur color cioccolata, Claudia andava speditamente per la lunga strada portando a spasso il suo carico di carne ballonzolante ad ogni passo, quando s’accorse che due giovani la guardavano curiosamente sorridendo.

Interpreta quell’attenzione come un apprezzamento alla sua bellezza, tentò di scodinzolare, ma con poco successo. Data la sua stazza, quel movimento richiamava più il rollio di un barcone da carico che un ancheggiamento femminile.

Dopo aver percorso circa quattrocento metri, la zavorra di carne cominciò a dare i primi problemi. Il ritmo della respirazione aumentò e minute goccioline fecero la loro comparsa sopra il labbro, perciò pensò bene di rallentare l’andatura.

-  Che strazio –, pensò  – non c’è una volta che riesca a fare le cose con calma.

Osservò la numerazione della strada, Era arrivata al 125. Fece il calcolo  numerico della distanza che la separava dalla meta. Doveva arrivare al 535 e c’era ancora molto da camminare perché in quella strada, piena di magazzini e capannoni, i numeri civici si susseguivano a lunghi intervalli.

Si concesse un attimo di riposo.

-  Come farò a percorrere ancora i 410 numeri che rimangono, se sono già stanca? Se almeno ci fosse un bar, ma tanto, non ci sarebbe tempo neppure per un gelato piccolo piccolo.

Guardò ancora una volta l’orologio: le dieci e quarantacinque. Alle undici aveva l’appuntamento. Non le rimaneva molto tempo, con disappunto si rimise in marcia. Ora le goccioline s’erano fatte più grandi ed altre comparvero un po’ dappertutto sulla faccia. Avvertì una fastidiosa umidità nelle ascelle e nella schiena.

-  Che scalogna! Come mi posso presentare tutta bagnata? Dovrò inventare qualcosa, d’altra parte, sanno che vengo da lontano, le scuse sono plausibili.

Man mano che s’avvicinava al centro della città la numerazione si faceva più fitta.

-  Finalmente, sono arrivata, non ce la facevo più. 

Le undici e dieci. Un ritardo contenuto.

Salì velocemente i pochi gradini che portavano alla porta dei suoi sogni. Per qualche secondo rimase indecisa, l’apprensione le fermò il dito che  restò sospeso davanti al campanello sotto la targa in ottone “Prof. Sauro Tanfi - Maestro di musica – Direttore Artistico del Teatro Mombelli”.

Quell’istante di panico concretava tutta l’ansia di diversi giorni d’attesa. Sentì i battiti accelerati del cuore, un martello che scandiva l’emozione di quel momento. La percezione delle sue pulsazioni la sollevarono. Contrariamente a quanto accade a diverse persone che considerano quel pulsare con apprensione e fastidio, lei si sorprendeva spesso ad ascoltare con tranquillità il suo cuore. Le piaceva immaginare quello scorrere del sangue che apportava le sostanze indispensabili per la sopravvivenza del suo organismo, così come le piaceva percepire il tono viscerale e tutto ciò che si muoveva nel suo interno.

Premette il campanello.

-  Avanti, è aperto.

Si trovò nella reception. Una signora di mezz’età, alta, ben truccata, la guardò a lungo, disinvoltamente, con aria professionale, senza l’ombra di un sorriso, poi le indicò le poltroncine vuote.

  • S’accomodi – insistette vedendola indecisa – sono la segretaria, lei è la signorina Visalli? 

Ad un suo cenno affermativo,

    -  il maestro la farà entrare tra poco.

Si sedette con sollievo. Era veramente stanca e la poltroncina sembrava adattarsi alla misura del suo sedere.

-  Sono in ritardo?-  Azzardò incontrando gli occhi della segretaria.

-  No-, rispose questa guardando l’orologio di fronte, - il maestro non ha ancora terminato l’ultima audizione, ma n’avrà per poco-,  e indicò con la testa la porta di fronte a lei. Poi, quasi interpretando lo stato di disagio che aleggiava intorno, - cos’ha preparato?

-  Il Barbiere di Siviglia, “Una voce poco fa”. Ho anche due pezzi di riserva: Fedora e  Tosca.

-  Quelle? Le tenga per un’altra volta-,  disse  sorridendo, - sperando che ci sia un seguito, glielo auguro.

Claudia si sentì del tutto rilassata.

-  Strano-, pensò, - di solito sono così tesa… Neanche nei teatrini di provincia riesco a star calma. Probabilmente oggi sono tranquilla perché nessuno sa di quest’audizione. Sicuramente m’avrebbero presa in giro, mi pare di sentire quello che avrebbe potuto dire mio padre:

-  ma che s’è messa in testa questa? Canta da tre o quattro anni e già si sente una nuova Callas.

Suo padre non aveva mai visto di buon occhio questa passione. Aveva fatto di tutto per farla stare nella tabaccheria, voleva addirittura comperarne un’altra, apposta per lei. Era sempre la solita tiritera:

-  I soldi contano, vedrai che gli strilli pagano poco. Vuol fare la cantante, povera illusa, ma quella è la strada dei disperati.

Per lei, invece, quella era la sua ragione di vita. Fin da bambina, la lirica era stata la sua passione. Ascoltava le opere alla radio, solo qualche volta aveva potuto seguirle alla televisione, perché erano i grandi a scegliere i programmi e lei era la più piccola. Aveva cominciato a cantare a undici anni in collegio. Suor Maria s’era accorta della sua voce e l’aveva inserita nel coro. A tredici già cantava nelle messe solenni della cattedrale.

A diciassette anni le era stato imposto dal suo ragazzo di lasciare il coro. Aveva già insistito diverse volte, poi ci fu l’ultimatum:

-  Io posso venire in città solo il sabato e la domenica e tu sei sempre persa con quel caspita di canto. Da un anno andiamo avanti così: sabato lezione di canto, domenica canto nel coro, nelle altre feste c’è la stessa suonata. Ora scegli, o il canto o me.

Lei aveva finito per scegliere il canto. Le era costato perché a quel ragazzo voleva bene, ma per lei cantare era un bene ancora maggiore.

Poi era capitato il brigadiere di Finanza. Allora aveva ventidue anni. Lui era un brav’uomo, ma fatto a modo suo. Doveva fare sempre come diceva lui: vestire in un certo modo, truccarsi come piaceva a lui; sceglieva tutto lui, pizzerie, film, perfino le amicizie. Le imponeva di fare l’amore in tutti quei modi strani, così ricercati. Le pareva di eseguire un lavoro di tecnica specialistica. Le ricordava la scuola guida: fai così, poi così, a questo punto ingrana la prima, poi la seconda, ora accelera, ora decelera….

Infine, anche lui l’aveva lasciata, brutalmente, senza darle il tempo di realizzare l’accaduto. Un giorno disse che non le piaceva più, che non sopportava le donne fredde, che lei aveva poche iniziative e nessun entusiasmo.

Una bella batosta. Le conseguenze le erano pesate per diverso tempo e ancora, a  24 anni, non erano del tutto smaltite. S’era ancor più chiusa in se stessa e gli unici contatti erano rivolti a due o tre amiche. Da quel momento gli uomini erano per lei degli esseri da evitare e per ciò che riguarda il desiderio, questo suo nemico nascosto, aveva imparato a badare a se stessa da sola. Da allora era iniziato quel morboso bisogno di mangiare, in ogni momento. Non pensava ad altro, mangiare e cantare, tutto il resto contava poco o nulla.

L’apertura della porta dello studio la distolse da quei pensieri. Un giovane, poco più che ventenne, uscì velocemente, attraversò a passo svelto la reception e se n’andò senza salutare.

-  L’audizione gli è andata male-, pensò, - ora ci sono io, andrà male anche a me?

La segretaria le fece segno di entrare accennando un sorriso d’incoraggiamento.

- Venga, può entrare, adesso. 

Aveva parlato il maestro. Alto, magrissimo, austero, sulla cinquantina, occhi chiari e distanti l’uno dall’altro, indagatori, ma al tempo stesso amichevoli. Si fece garbatamente da parte per lasciarla entrare, poi chiuse la porta.

Era uno studio rettangolare, molto grande, essenziale, pareti verde pisello, pochi quadri appesi,  tanti libri e carte ammucchiate in ogni dove, ma con un ordine singolare. Gli ampi balconi e le tende chiare davano una notevole luminosità alla stanza, tanto che i mobili d’antiquariato e i vecchi libri e spartiti parevano moderni. Il pianoforte a coda, posto nell’angolo, pareva fare da padrone. Una buona metà dello studio era ad appannaggio esclusivo di quello strumento, perciò, si aveva l’impressione d’entrare in una sala da concerto. La cera del pavimento emanava un odore che, fuso con quello dei mobili e dei libri, diventava particolare, un misto tra vecchio e pulito.

– Odore di musica-, pensò, -possibile che la musica facesse odore? Comunione dei sensi: udito e odorato-. Ricordò quando da bambina avvertì un odore strano nell’abitazione delle suore, allora  pensava che fossero le preghiere. Per diverso tempo rimase convinta che le preghiere avessero un odore.     

-  Da dove viene? Abita qui in città?-,  chiese il maestro.

-  In un sobborgo-,  rispose, - ho fatto un bel pezzo di strada a piedi, non sono pratica di questa zona e non sapevo che l’autobus fermasse così distante. Temevo d’essere in ritardo, invece, sono stata fortunata.

Aveva risposto con voce decisa, senza interruzioni, stupendosi per la naturalezza con la quale aveva parlato a un uomo così celebre. Evidentemente, c’era qualcosa di conciliante in quella figura che trovava molto gradevole. Una vera e propria simpatia epidermica.

Il maestro sorrise e la face sedere di fianco al pianoforte.

-  Facciamo due chiacchiere prima di cominciare?

-  Volentieri-,  ma poiché il maestro taceva, - però non so cosa dire, non saprei da dove iniziare…. Il maestro continuava a guardarla sorridendo.

-  Questo sguardo non mi nette a disagio-, pensò, - tutt’altro, forse vuole incoraggiarmi.

Di solito, evitava di guardare a lungo negli occhi gli interlocutori, la sua timidezza non le consentiva di sostenere gli sguardi, ma quello era diverso, aveva un potere magnetico, accattivante e al tempo stesso austero.

Non si poteva definire un bell’uomo, ma aveva del fascino. Era sposato? Aveva una compagna? Pensò per un attimo che effetto le avrebbe fatto vederlo nudo. Una sua zia, l’unica con la quale aveva confidenza, una volta le disse che quando avesse provato un senso d'inferiorità verso qualcuno, doveva immaginare questo qualcuno senza vestiti. Spesso aveva funzionato. Ma questa volta non lo fece come espediente psicologico, bensì per pura attrazione fisica. Cercò di immaginare il suo sesso. Di sessi maschili n’aveva conosciuti tre, uno di questi lo ricordava con fastidio perché le aveva fatto male, al punto che aveva interrotto i rapporti dopo soli quattro giorni. Forse era per quello che in seguito aveva avuto distacco e timore per certe cose, pur desiderandole.

-  Da quanto tempo studia lirica? 

La domanda la riportò alla realtà.            

-  Da quattro anni, ma prima ho studiato canto in collegio dalle suore, ho seguito suor Maria, maestra di musica.

Subito si pentì per quella risposta affrettata.

< Ora mi dirà che quattro anni sono troppo pochi-, pensò, - avrei dovuto aumentare, chissà. Sempre la solita stupida>.

“Saper vivere significa anche saper mentire” Era il ritornello di suo padre, uno che, come si diceva in giro, “ci sapeva fare”. Lei invece era come sua madre: tanto buona e tanto stupida.

-  Chi è il suo maestro?

-  La signorina Tiepoli, la conosce?

-  No, ma ne ho sentito parlare.

La invitò ad alzarsi in piedi e allontanò la sedia sulla quale era seduta.

-  E ora, vediamo cos’ha imparato in questi quattro anni, disse accostandosi al pianoforte, - che mi canta?

-  Dal Barbiere di Siviglia, “Una voce poco fa”.

-  Bene! – Cercò lo spartito e lo sistemò sul leggio del pianoforte. - con tranquillità, mi raccomando. Più si cerca di far bene e più si rischia di sbagliare, perciò, naturalezza. Faccia come se invece di me qua ci fosse la sua maestra.

Queste parole le fecero lo stesso effetto del vento che dirada la nebbia. I timori scomparvero per lasciar posto all’impegno artistico, non solo per la riuscita del suo intento, ma anche per non sfigurare davanti a quell’uomo.

Dopo qualche nota del pianoforte, al cenno convenzionale del maestro, cominciò a cantare. La voce veniva su facile, vigorosa. Cantò le prime quattro strofe, ma di colpo il maestro la fermò.

-  No, così non va! Non deve strafare. Gli acuti troppo forti non servono in quest’aria. Ci vuole più dolcezza.

Ricordò quando suor Maria la richiamava:

-  Più piano, più piano! Stai strillando come una bertuccia. Devi sì far sentire la tua bella voce, ma ricorda, le lodi al Signore si cantano col cuore.

-  Allora, non mi ritiene idonea? -, chiese Claudia quasi bisbigliando.

-  Ma no, non sia precipitosa, deve però imparare a dosare la sua voce. Il personaggio è una giovane donna civettuola che ama narrare con compiacimento le doti del suo carattere. Lei ci mette troppa violenza e rischia di sciupare tutto. Entri nel personaggio e canti con gioia.

Si rimise al pianoforte.

-  Su, di nuovo. Mi pare che le doti ci siano, ma faccia come dico io.

Quelle parole furono una cascata d’ossigeno, perciò prese coraggio e cantò, questa volta, con toni ed accenti fluidi, delicati, come le era stato chiesto. Si sentiva diversa, ascoltava stupita la sua voce. Non era più Claudia, era più morbida.  Era diventata Rosina, il personaggio del Barbiere. Terminò con l’acuto che scaturì potente, ma al tempo stesso delicato. Si era scoperta con un’altra voce, un altro modo di cantare. Ne rimase entusiasta. Quell’audizione era stata una manna dal cielo. Non sapeva come sarebbe andata a finire, ma una cosa era certa, aveva capito come si deve cantare.

-  Brava! Ha visto? E’ così che deve andare. Si ricordi: entrare nel personaggio.

Lei restò zitta, non osava fiatare. Le pareva di navigare in un’altra dimensione. Non si riconosceva più. Erano bastate alcune parole di quell’uomo per liberarsi dal gravoso carico di tensioni che si trascinava dietro da anni.

Per conseguenza dell’esperienza appena vissuta, paragonò il maestro a suo padre. Due figure simili, ma quale differenza! Poi il confronto passò al suo professore di Filosofia, un uomo maturo, pieno di fascino, una voce morbida, musicale. Spiegava in modo rotondo, quasi teatrale. Fu la classica cotta dell’adolescente per il professore quarantenne scapolo. Aspettava con trepidazione l’ora di Filosofia e faceva di tutto per farsi notare, lei, così introversa. Allora aveva una bella linea, pesava cinquantasei chili e alcuni compagni le stavano dietro, ma lei aveva il professore per la testa, vedeva solo lui. Quante sensazioni! Quanti sogni! Se lo immaginava a casa in vestaglia e pantofole, immerso nei suoi libri, poi percepiva il suo contatto, le sue pulsazioni, il calore delle sue mani, beveva le sue parole. Tante speranze e sogni. Una miriade. Era costantemente posseduta da sensazioni struggenti, dolcissime, da emozionanti attese, leggere come fiocchi d’ovatta profumata. Poi, tutto quel dolce incantesimo ebbe fine e assaporò di colpo l’amarezza della delusione. Accadde un giorno, in occasione di una gita scolastica al santuario di Loreto. Fu lì che venne interrotta la sua illusione. Lui, il suo orgoglio, il suo idolo, non aveva avuto esitazione a respingere selvaggiamente la sua timida richiesta d’affetto.

Scegliendo il momento opportuno, gli si era avvicinata e gli aveva porto le mani chiedendogli di stringergliele, ma lui con un sorriso ironico, aveva scosso la testa e le parole che seguirono furono delle frustate a sangue sulla sua pelle nuda e indifesa:

-  Ma che ti sei messa in testa? Adesso vuoi fare la fatalona rubacuori? Vai, vai, pensa piuttosto a studiare, che ne hai bisogno.

Odiò la Filosofia e per quella materia fu rimandata alla sessione autunnale. Poi, come accade sempre, quella delusione passò, ma per tanto tempo rimase adirata con gli uomini.

-  Deve tornare la settimana prossima-, disse il maestro, - si metta d’accordo con la segretaria, le telefoni domani. Ha preparato qualche altra cosa?

-  Si, avevo pronta Fedora e Tosca.

-  No, preferirei che perfezionasse questa di oggi, per le altre troveremo tempo in seguito.

Le porse la mano e sorrise:

- a proposito, qual è il suo nome?

-  Claudia Visalli-,  disse stringendo la mano a maestro.

-  Bene, signorina Claudia, l’audizione è stata soddisfacente, ma non vorrei avere troppa fretta per mandarla in teatro, lei ha delle doti e mi occorre prima saggiare il suo repertorio e capire meglio le sue caratteristiche. Vorrei convocare anche la sua maestra, sempre che sia d'accordo, avrei alcune cose da suggerirle.

-  Penso che la signorina Tiepoli non abbia problemi ad aderire al suo invito. Sicuramente ne sarà onorata.

-  Un’altra cosa, ma la prenda come consiglio, non come critica. Lei ha qualche chilo di troppo, così le è difficile reggere alla fatica di un’opera. Il cantante lirico è un po’ come un’atleta, deve tenersi in forma perché si canta con tutto il corpo, non solo con le corde vocali. Lei è una bella donna, vada da un nutrizionista, ci guadagnerà anche la sua figura.

-  Maestro-, disse Claudia arrossendo, -grazie…. non mi aspettavo tanto. Seguirò i suoi consigli e farò di tutto per non deluderla.

-  Arrivederci-, disse il maestro accarezzandole bonariamente un braccio ed aprendole la porta. Sorrise e continuò a sorridere fino a quando la ragazza fu uscita.

-  Com’è andata questa? -, chiese la segretaria quando sentì la ragazza scendere le scale.

-  Bene! Finalmente una voce valida. Ha delle doti non indifferenti, per il resto, mi pare una ragazza plasmabile e sincera. La conosceremo meglio in seguito, vedremo se il mio giudizio è azzeccato.

-  Sono convinta di sì, ho avuto anch’io questa impressione. 

 

Mentre scendeva i gradini, Claudia pensava con un lieve sorriso dipinto sulla bocca ed una luce azzurra riflessa negli occhi. Un giorno da non dimenticare quello. Convenne che aveva provato una delle più belle sensazioni della sua vita. L’incontro col maestro era stata la sua grande occasione, non doveva perderla. Non c’era bisogno d’essere diplomatica con lui, l’osservanza le sarebbe venuta spontanea perché il maestro era semplicemente adorabile. Per un attimo pensò ad un suo contatto fisico, ebbe un tuffo al cuore. Quell’uomo le stava risvegliando qualcosa sopito da quando era adolescente.

-  Mi metterò subito a dieta, farò ginnastica. Farò l’impossibile, ma fra un mese nessuno mi dovrà riconoscere.

Non sapeva, né voleva pensare a cosa sarebbe accaduto in seguito, se la sua carriera lirica avrebbe avuto successo, forse sì, le premesse ora c’erano. In quel momento guardava quasi con sufficienza al suo futuro artistico, i  pensieri erano concentrati sul maestro.

S’avviò a passo spedito verso la fermata dell’autobus percorrendo a ritroso la lunga strada di prima, con uno stato d’animo completamente diverso. Venuta portandosi addosso speranze e timori, ritornava accarezzando un’illusione e assaporando l’emozione di un desiderio nascosto.   

Il maestro. Non sapeva nulla di lui, neppure se era sposato. Non aveva la fede al dito e non c’erano fotografie nello studio, ma questo non voleva dir niente. In ogni caso, in qualsiasi modo fosse andata a finire, adesso poteva sognare. Camminava con passo spedito, senza fatica, gravitando in quell’atmosfera leggera e colorata che solo le gratificazioni e certi sogni sono capaci di  realizzare.

Gloria

Vi ho portato Gloria, disse papàdalpiccolo ingresso, ad alta voce, per farsi sentire

- Chi è Gloria?- chiesero insieme Olga e Maria dalla cucina, intente ad aiutare la mamma a preparare il pranzo.

- Andiamo a vedere-, disse mamma togliendosi il grembiule e speghendo il fornello, per non cossere il rischio di bruciare l’arrosto.

Papà, chiusa la porta, aspettava all’ingresso. Posta orizzontalmente davanti a lui faceva bella mostra una bicicletta nuova fiammante, azzurra e bianca, con scritta al centro la marca a lettere cubitali: “Gloria”.

            - Uahoo! Fecero le due ragazzine in coro, saltando felici, accarezzando e contendendosi la magnifica bici nuova.

 

            La famiglia viveva stentatamente con la modesta paga del papà che doveva talvolta essere sostenuta dalla pensione del nonno. Il possesso di un’auto utilitaria non era pensabile a quei lumi di luna.

Il proprietario della ditta di trasporti nella quale lavorava il padre gli consentiva di usufruire del furgoncino della ditta nei giorni di festa, ma da quando una domenica, al ritorno da una gita al mare, era scoppiata una gomma con conseguente danno alla carrozzeria, per un senso di colpa non se l’era più sentita di sfruttare quell’occasione.

La famigliola, poteva sì usufruire del moto furgoncino ape del nonno che talvolta integrava la pensione con dei piccoli trasporti occasionali, ma quel piccolo mezzo non consentiva di portare più di due persone, quindi, le altre due dovevano rimanere a piedi. Per non far torto a nessuno l’ape veniva usata solo per motivi di forza maggiore.

Papà usava metodicamente la sua bicicletta da uomo, inadatta per le due ragazze e anche per la mamma che era costretta ad usare la sua antidiluviana bici da donna acquistata in un mercatino dell’usato.

All’inizio degli anni ottanta, quasi tutte le famiglie possedevano un’auto e le due ragazzine masticavano amaro vedendo la maggior parte delle compagne accompagnate a scuola, mentre a loro era concesso l’autobus solo qualche volta. I tempi erano quelli.  La vista di due ragazzine che a scuola andavano e venivano a piedi non avrebbe dovuto destare meraviglia, se non fosse stato per le cosiddette figlie di buona famiglia che amavano evidenziare la differenza sociale e spesso lo facevano in modo cattivello. Talvolta, le due ragazzine erano chiamate a feste di compleanno, ma difficilmente aderivano, sia perché il loro abbigliamento non era sempre consono all’occasione, sia perché non avevano molta stima per la maggior parte delle loro compagne. Chi non ha nulla conserva risentimento per chi ha. Non c’è una buona ragione per questo, ma il bisogno e l’invidia generano un senso d’ingiustizia.

Da un anno a quella famiglia erano cominciati i guai. Non n’andava bene una. Anche mamma aveva avuto problemi di salute ed era tutt’ora cagionevole e bisognosa di riguardi.

L’arrivo di quell’umile mezzo di locomozione stimolò un’incontenibile ilarità nelle ragazze e una certa commozione nella madre.

E ora, eccola lì, Gloria, col suo odore di nuovo, negli smaglianti colori e nel lucido delle cromature. Dentro casa, pareva strizzare l’occhio per dire: faccio parte anch’io della famiglia.

            - Che è successo?-, disse mamma dopo il primo sbalordimento, con gli occhi lucidi, pensando che finalmente anche le figlie avrebbero avuto una bicicletta, se pure da dividere tra loro.

            - Il principale ci ha dato un premio. Dice che è stato perché abbiamo lavorato bene e prodotto più del previsto. Io invece dico che quel taccagno deve aver preso la purga e per un giorno, fortunatamente, ha smesso d’essere stitico. Speriamo che l’intestino gli si sistemi.

            - Offritegli i cioccolatini purgativi-, disse Olga scatenando un coro di risate.

            - Passando -, riprese papà, -ho visto che il negozio di biciclette svendeva tutto per cessazione

d’attività, così, trovatimi  quei soldi in tasca, ho preso la palla al balzo.

            Gloria cominciò subito a comportarsi bene con le due sorelline. Si sentiva a casa sua. Non era più quella cosa meccanica attaccata al gancio insieme alle altre. Ora viveva con una famiglia della quale faceva parte. Un'entità importante che veniva accudita e godeva di considerazione e riguardi.  Maria, di undici anni, era alta per la sua età e misurava solo cinque centimetri meno di Olga che n’aveva due più di lei, perciò la bici andava bene per entrambe.

All’inizio c’era un perfetto accordo tra loro e rispettavano correttamente i turni. Al mattino non c’erano problemi, perché a scuola andavano sempre a piedi per farsi compagnia lungo la strada, ma nel pomeriggio venivano fuori spesso delle piccole dispute.

                  - Oggi spetta a me, è il mio giorno-, disse Olga, perché stai prendendoti Gloria?

                  - Ieri ha piovuto tutto il giorno, lo sai bene, e io non ho potuto fare neppure una pedalata-, rispose Maria.

                  - Sei sempre la solita. Bisogna rispettare i patti, lo sai. Abbiamo stabilito i giorni e oggi tocca a me.

Maria non se ne dette per inteso e salì in sella, ma Olga, arrabbiata, la strattonò fino a farle perdere l’equilibrio e farla cadere a terra.

                  - Hai  visto cos’hai combinato? Sei una cretina-. Strillò Maria così forte che  fece accorrere la madre.

                                             - Lo sapevo-, disse la donna adirata vedendo la figlia a terra, temendo di vederle venire alle mani, -lo sapevo che sarebbe successo. Da quando c’è quella dannata bicicletta non andate più d’accordo. La venderò. Ve l’assicuro che la venderò.

Aveva detto così solo perché era in preda all’ira, vedendo le ragazze che per la prima volta s’erano azzuffate. Naturalmente non lo fece e anche se l'avesse voluto veramente non avrebbe avuto il tempo per farlo perché da quel giorno stette male.

Il giorno dopo, quando le ragazze tornarono da scuola la trovarono stesa sul pavimento incapace di muoversi e di parlare. Respirava a fatica e dalla sua smorfia si capiva quanto soffrisse.

                      - Telefona subito a papà, no, anzi, al medico-, disse precipitosamente Olga, -no, anzi, lo faccio io-, e compose subito il numero del medico.

                      - Pronto? Signora, suo marito deve subito venire da mia madre, è a terra che sta male.

                      - Oh mio Dio, non so dov’è mio marito. E’ uscito da un paio d’ore per delle visite.  Ve lo manderò quando torna.

                      - Va bene, intanto cercheremo di cavarcela-, e riagganciò.

                      - Ascolta, Maria, ascolta bene. Tu stai con la mamma. Io che sono più veloce di te prendo Gloria e vado a cercare papà per far portare la mamma in ospedale.  Speriamo che nel frattempo arrivi il medico.     

Inforcò Gloria e pedalando come una forsennata arrivò nell’azienda dove lavorava papà. Ebbe la fortuna di trovarlo subito. Gloria fu messa sul furgoncino e in due minuti furono a casa dove trovarono il medico che intanto era arrivato.

           -E’ un infarto, disse il medico. Per fortuna siamo arrivati in tempo. Le ho prestato le prime cure e la crisi è passata, ma bisogna portarla in ospedale.

            Papà rimase in ospedale con mamma, Olga e Maria tornarono a casa, ma trovarono una brutta sorpresa.

La porta di casa era stata chiusa, ma nella fretta era rimasto aperto il cancelletto d’ingresso. Quando entrarono, Gloria non c’era più. Qualcuno l’aveva rubata. Nel corridoio dell’ingresso si materializzava ora uno spazio vuoto. Il vuoto. Nessuno l’aveva mai considerato prima, ma ora che Gloria non c’era più quel vuoto balzava agli occhi e pareva rumoreggiare il suo disappunto. Non era solo la scomparsa dell’utile e tanto apprezzata bicicletta a creare lo sconforto, ma anche il vuoto del corridoio che Gloria, da sola, sapeva riempire. Il vuoto si capisce solo quando scompare la cosa o la persona che occupa quello spazio.

            In seguito alle sue ripetute insistenze, per timore di successivi problemi psicologici, mamma fu dimessa dopo quattro giorni di cure, appena sufficienti per rimetterla in sesto, con la promessa di seguire scrupolosamente le prescrizioni.

I medici erano stati categorici nel vietarle qualsiasi attività per almeno un mese.

            Abituati a dipendere da lei in tutto e per tutto, per i tre furono giorni difficili.

            Un sabato papà e Maria andarono col motofurgoncino a fare la spesa. Stavano percorrendo la strada che portava al supermercato, quando Maria gridò forte, tanto che il papà fece una piccola sbandata:

- ferma, ferma, papà, ho visto Gloria.

            - Te la sei sognata-, rispose papà.

                  - No, sono convinta, è proprio lei-, e scese precipitosamente correndo verso una bicicletta appoggiata al marciapiede.

- Hai visto-, gridò, -è proprio lei.

Papà scese a sua volta e con somma meraviglia costatò che la figlia aveva ragione e nonostante il periodo non certo favorevole, ebbe un moto di gioia. La bicicletta, infatti, era entrata a far parte degli oggetti più apprezzati dalla famiglia.

             - Chi l’ha rubata non pensava certo che saremmo passati noi da queste parti-, disse Maria,  - hai  visto? Forse l’ha lasciata qui solo un attimo. Che facciamo, aspettiamo che venga a prenderla e gli diamo un sacco di botte?

             - No-, disse papà, -la carichiamo sul furgone. Se ci vede qualcuno, che importa! E’ nostra e ce la ripigliamo. Se ci vede chi l’ha rubata, stai tranquilla che non verrà certo a reclamarla.

Fecero proprio così e a casa fu una festa. Gloria era intatta. Solo il dado della vite che regolava l’altezza del sellino era lesionato. Si vede che chi l’aveva rubata era più alto delle ragazze e aveva armeggiato con una pinza anziché con la chiave. Mancava il cestino posto davanti al manubrio, ma l’avrebbero ricomprato al più presto, non era un danno grave.

Papà aveva auto un aumento di stipendio che consentì alla famigliola di acquistare un’altra bicicletta. La vita, prima assai stentata, cominciò ad essere più vivibile. Le compagne  non guardavano più dall’alto in basso le sorelle, ora che potevano andare vestite più che decentemente e non dovevano alternarsi la bicicletta.

            Gloria partecipava alla vita di famiglia, passivamente, si capisce, come tutte le cose che sono inanimate. Ma è proprio vero? Chi può dirlo con sicurezza? Come si può asserire che l’uomo, che mette qualcosa di sé nelle cose che fa, inconsapevolmente non dia a queste qualcosa di più di quello che pensa? Gloria sembrava ricambiare gli sguardi d’ammirazione.  

            Erano arrivate le sospirate vacanze scolastiche. Per qualche giorno Maria era andata in campagna dalla nonna. Un giorno d'estate, di primo mattino, Olga, papà e mamma salirono sul furgoncino della ditta ed andarono al fiume, naturalmente, portando anche Gloria legata sul tetto. Il sole picchiava col suo martello di fuoco. Uomini e animali cercavano il ristoro dell’ombra, i vegetali attendevano quello della sera e sospiravano i brividi del vento.

Le solite cose che si fanno sulla riva erbosa del fiume: qualche bagno nell'acqua bassa perché nessuno di loro sapeva nuotare, poi il pranzo al sacco. A un certo punto s’udirono delle grida. Era un bambino pressappoco dell’età di Olga che, scivolato nel canale che correva parallelamente al fiume, cercava d’attaccarsi alle pareti di cemento, riuscendovi solo in parte perché trascinato dalla corrente. Probabilmente il bambino s’era allontanato dalla sua famiglia, perché non c’era nessuno immediatamente vicino. Alcune persone s’avvicinavano correndo, ma erano troppo distanti per salvarlo, la corrente ormai stava per portarlo via. Papà cercò in giro qualcosa per fare aggrappare il bambino, ma non c’era niente che potesse servire allo scopo, allora prese Gloria, la fece penzolare nel canale reggendola per la ruota posteriore e gridò al bambino:

            - Acchiappa la ruota, acchiappa la ruota e reggila forte.

Il bambino riuscì a prendere con una mano la ruota anteriore al primo tentativo perché questa gli arrivava proprio sopra la testa.

            - Anche con l’altra mano-, gridò papà.

Il bambino obbedì e papà, aiutato da mamma e Olga, lo tirò su. Intanto stavano arrivando trafelati, prima l’uno, poi gli altri, il padre, lo zio e la mamma del bambino.

            - Portiamolo subito a casa, per cambiarlo-, disse la mamma, stravolta per la paura e l’emozione.

            - No, meglio all’ospedale-, disse lo zio.

Il padre, intanto l’aveva preso in braccio per portarlo via, ma il bambino volle essere messo a terra. Non s’era fatto un graffio ed era il meno spaventato. I bambini talvolta reagiscono in modo strano di fronte a certi avvenimenti. Probabilmente, la vicenda dello scampato pericolo lo faceva sentire importante agli occhi degli altri.

Si stavano allontanando senza un “grazie”, quando il padre del bambino, accortosi dell’inadempienza, si rivolse a papà e gli chiese il suo indirizzo, poi s’allontanò con la famiglia verso la loro grande auto, distante cento metri.

                  Fu così che Gloria, fu l’indiretta mano del salvataggio.

L’episodio ebbe poi un seguito, perché il padre del bambino, un industriale del luogo, si recò direttamente a casa della famiglia di Gloria. Da cosa nacque cosa e  papà si trovò ad avere un nuovo impiego con uno stipendio di tutto rispetto.

            Il migliorato tenore di vita consentì alla famiglia di stare alla pari coi tempi. Papà comprò la tanto sospirata auto. Mamma, grazie anche alle cure più efficaci si rimise completamente in sesto. Le ragazze, ormai più cresciute, si recavano metodicamente alle feste e alle gite scolastiche e ricevevano a casa i loro coetanei.

Erano passati  due anni. Le ragazze, cresciute, ormai sviluppate, avevano altri stimoli e creavano qualche preoccupazione ai genitori, soprattutto a mamma che cercava di coprire i loro ritardi e la presenza di tanti mosconi che giravano intorno alla casa. Era il periodo in cui imperversavano i motorini e i costruttori ricorrevano a ogni stratagemma per convincere i ragazzi a fare di tutto per obbligare i genitori a comprarglieli, ma papà e mamma parevano non capire quel linguaggio.

 Maria, un giorno, posteggiò Gloria  in prossimità di una curva, utilizzando, secondo una prassi ricorrente, il pedale appoggiato al marciapiede. Il caso volle che un camion della nettezza urbana sbagliasse di pochi centimetri a prendere la curva e toccasse appena Gloria, ma sufficientemente per farle perdere l’equilibrio e rimanere con la ruota posteriore sotto quella del camion. Probabilmente, a causa del gran fracasso che fanno quei mezzi pubblici, il guidatore non si accorse del fatto e tirò avanti per la sua strada. Quando Maria andò per prendere Gloria, non le restò altro che accompagnarla a casa tenendo sollevata la parte posteriore.

Non tutti i mali finiscono per nuocere. Le ragazze non rimpiansero Gloria perché il fatto  fece maturare la decisione di acquistare il tanto sospirato motorino.

Naturalmente, alle ragazze non era passato neanche per la testa di far riparare Gloria, ora che erano motorizzate. Una volta che mamma aveva chiesto a papà se non era il caso  di farla riparare, lui aveva risposto:

            -Non lo vedi che è diventata inutile? Ormai i motorini la fanno da padroni e chi la vuole più la bicicletta? Se proprio vuoi pedalare, prendi quella nuova col cambio, fai meno fatica e vai più forte.

Gloria, ormai non aveva bisogno di sentire certi discorsi per capire d’essere messa da parte, ma a tali parole sembrò sgonfiarsi e rincantucciarsi ancor più nell’angolo scuro per liberare di nascosto la sua emozione.

Non s’erano neppure sognati di farla riparare. Ora che i periodi bui erano alle spalle avevano dimenticato i benefici che lei aveva procurati. D’altra parte, gli uomini non capiscono e non vogliono capire quanto la loro fortuna possa dipendere da un dispositivo come la bicicletta. Quando ricevono un beneficio, ringraziano loro stessi o la buona sorte, mai l’oggetto grazie al quale l’hanno avuto. Questo non lo potranno mai capire perché per loro gli oggetti non hanno vita, né tanto meno sentimenti.

            Passò del tempo. Riposta nell’angolo delle cose dall’uso saltuario o da sgombero, sapeva che per lei era stata programmata la discarica e si sentiva come certi vecchi nelle case di riposo che passano il tempo in attesa di essere portati al cimitero. Ben diverso era il tempo in cui si mostrava orgogliosa della propria bellezza ed efficienza. Le cromature s’erano opacizzate, i colori stinti, i meccanismi inceppati e arrugginiti. Non le restava altro che nascondere la faccia emaciata dalla sofferenza e avvizzita dal tempo.

            La discarica. L’inevitabile punto d’arrivo dove gli oggetti inutili attendono d'essere seppelliti sotto l’immondizia e altri oggetti inutili. Il luogo più temuto dalle cose.

Gloria era lì con altri scarti, oggetti vecchi e rifiuti di varie specie. Il suo nome era ancora ben leggibile, ma ormai non aveva più senso. Era diventata una bicicletta vecchia, scassata, inutile, tra quei tanti altri oggetti che anch’essi avevano avuto il loro periodo di celebrità, un tempo accarezzati e apprezzati da qualche famiglia e che ora giacevano lì inutili, degradati, buttati con qualche sospiro di sollievo per la liberazione da un peso.

Anche le cose si ammalano e chiedono di essere curate, ma coloro che cercano di allungarne la vita sono sempre meno. Cresce invece il numero di quelli che le sopprimono al primo acciacco.

Tutto rientra nella logica. Si nasce, si lavora, si è utili e apprezzati, poi però s’invecchia, non si serve più, si è messi da parte.  Gloria capiva tutto questo, ma si doleva soprattutto per essere sempre sola. Intorno a lei c’erano sacchetti di plastica vuoti, pezzi di stoffa sfilacciata, bottiglie. Tutta robuccia che si degradava in poco tempo. A pochi passi di distanza c’erano invece giradischi, frigoriferi, lavatrici, perfino una macchina da scrivere elettrica. Vecchi paralitici che on si rassegnavano a stare in un luogo dove non c’è più niente da dire. Eppure, tutti pezzi che si ritenevano ancora importanti, elettrificati, automatizzati, dalla meccanica fine. Li sentiva dialogare e raccontare le loro esperienze avute con gli umani. Lei invece  capiva il suo stato e se ne stava lì sola, aspettando che la ruggine la disfacesse del tutto, ma chissà quanto tempo ci sarebbe voluto. Solo il suo nome “Gloria”, scritto a grandi caratteri, primeggiava, ma era ricoperto da una umile malinconia che si confondeva col muto degrado dell’intorno.

Non poteva far altro che pensare al passato e aveva un groppo di pianto quando un raggio di sole, penetrato non si sa come tra gli sterpi della discarica, faceva brillare una delle sue cromature ancora esistenti.

Forse anche le cose non sono immuni dal  veleno seducente della nostalgia. Lei era un residuo dell’epoca della meccanizzazione, dell’artigianato, del sudore. Ormai si parlava solo d’automatizzazione, elettronica e quant’altro poteva sentire dai discorsi degli altri relitti della discarica che le arrivavano nei giorni di vento favorevole. Le sarebbe piaciuto parlare con quei relitti, anche se le stimolavano qualche risentimento quando li sentiva vantarsi d’essere nati nell’epoca dei bottoni. Avrebbe dialogato volentieri con qualcuno della sua specie per essere aiutata a rituffarsi nella sua vecchia atmosfera, quando aveva qualcosa da dire e sentiva di poter stare alla pari con tanti altri mezzi di locomozione, anche se alcuni di questi rizzavano il naso al suo passare.

La tristezza della vecchiaia e dell’invalidità viene dilatata dai ricordi che si vivono in solitudine e dalla preoccupazione che questi, lentamente, col progredire del tempo, scompaiano anche dalla nostra mente. E’ un fatto, una  conseguenza così logica  da darla  per scontata, ma che si evidenzia solo a certe età, quando le vicende sfavorevoli  o la perduta integrità fisica impongono la chiusura dei cancelli o il ritiro del cartellino.    

                                            ***                                           

            Un vecchio campione di ciclismo, ormai dimenticato, trasferito da poco in quel paese, passando per caso vicino a una discarica vide una bicicletta da donna bianca e azzurra penzolare da un groviglio disordinato di sterpi. Ciò che colpì la sua curiosità fu la marca scritta a grandi lettere sul telaio: “Gloria”. Stette per qualche secondo a guardarla, come affascinato, poi disse tra sé:

            - La prossima volta che passo devo fotografarla. Appenderò la foto insieme alle mie coppe, medaglie, targhe e trappole varie. Servirà a dare un senso alle mie glorie passate e a ricordarmi il vero significato della vita.

 Pastrano

Era il suo soprannome, il vero nome non l'ho mai saputo. Il pastrano è un cappotto impermeabile indossato un tempo soprattutto dai militari. Quando passava lui ci si doveva riparare perché le sue burla arrivavano senza preavviso, come quei temporali improvvisi che ti colgono prooprio quando sei senza ombrello.

Ilpaese di Pastrano era anche il mio, in Toscana, e si sa bene quanto i toscani siano burloni de quanto il loro vivere sia impostato sulla satira, talvolta anche cattivella.

In quel mio borgo natio, come capita in molti paesi piccoli dove tutti si conoscono, la maggior parte delle persone, com'eraaccaduto a Pastrano, aveva un soprannome, per lo più legato ad aneddoti o vicende particolari, oppure a particolari condizioni fisiche. Mi ricordo di Malefico, così soprannominato a causa della sua testa enorme che richiamava certi funghi non mangerecci; poi c'era Bufera, un commerciante di prodotti agricoli che quando arrivava era meglio andar via perché erano fregature per tutti;  c'era la Morina, chiamata così non per la carnagione scura, ma perché sporca; c'era Prurito, che si dimenava sempre come se fosse ,mangiato dalla pulci; Trepalle era uno che non aveva  mai accettato quel nomignolo, scaturito da una disfunzione dell'articolazione del femore con l'anca che lo faceva camminare con le gambe larghe e ruotate in fuori, dando l'impressione che il suo problema dipendesse dalle dimensioni di certi attributi. E così via.Si potrebbe fare una lista che non finisce più.

All'epoca della mia fanciullezza il mondo non era certo quello di ora, quindi, pur essendo rimaste case e strade fondamentalmente uguali, la vita del mio vecchio paese è diversa. Stranamente però, di passaggio da quel  mio luogo natio e affacciatomi alla finestra, tutto  mi è apparso uguale e mi sono reso conto che il mondo d'oggi è, né più né meno, quello di ieri. I ricordi si presentano così nitidi, forse perché, in fondo,  noi siamo sempre gli stessi. Cambiano tante cose, certo, cambiamo anche noi, solo all'esterno però, perché dentro rimane tutto come prima.

A quei tempi, per noi ragazzi, i divertimenti erano legatoi alle invenzioni del momento. I giocattoli veri erano un'apparizione sporadica, e poi duravano poco, perciò dovevamo progettarli e costruirli da soli. In quel paese rurale, privo ancora di corrente elettrica, dove uomini e animali, dopo il lavoro si ritiravano nei loro alloggi con lolscomparire del giorno, passare il tempo in modo decente era appannaggio di pochi. Le serate al gioco delle carte nell'unica osteria esistente erano ambite,  ma il numero dei giocatori risultava limitato a quanti ne potevano contenere i due tavolini da quattro commensali ciascuno. Sicuramente tra i paesano doveva esistere un tacito accordo, perché a giocare erano quasi sempre i soliti. Ogni tanto veniva fatto posto al lungo Tombola, ma solo quando il gioco era tra singoli. Lo soprannominarono così in occasione del famoso gioco di Natale: aveva per diverse volte chiamato "tombola"  perché aveva sbagliato a mettere i fagioli sulle cartelle. Tombola, dicevamo, era il classico perdente e nessuno voleva fare coppia con lui, a meno che non capitasse qualche forestiero, allora tutti si ingegnavano a fare assolvere a lui il compito di ospitalità. Il risultato era sempre lo stesso: quel poveraccio finiva inevitabilmente per  prendersi del "bischero". Ormai era diventata  una prassi.  Una sera, in seguito all'ennesima sconfitta, questi si sentì dire:

- Tombola, alzati in piedi:

- Oh perché?

- Voglio vedè se sei bischero quanto sei lungo.

La maggior parte delle persone andava "a veglia", il che significava passare le serate a casa di amici. Qualche volta si giocava, ma soprattutto si conversava.  C'era chi raccontava le gesta di qualcuno del paese o chi sapeva raccontare novelle. In occasione di fatti o racconti piccanti, c'era sempre chi diceva, ammiccando verso noi ragazzi: attenti, ci sono i tetti bassi. Il più delle volte i grandi decidevano così che noi avevamo sonno. Ci erano consentiti i racconti violenti, quelli dei fantasmi, degli orchi mangia-bambini, ma quando si toccava anche lontanamente fatti come donne incinte, ragazze madri o altre cose riguardanti il sesso, per noi non c'era nulla da fare: a letto e di corsa. Questi erano gli svaghi che offriva il paese, perciò, quando non accadeva nulla che potesse essere oggetto di discussione e di commento, qualcosa doveva essere inventato, e qui la burla la faceva da padrona.

Come si è detto, il nostro Pastrano era famosi per i suoi scherzi. A ragione veniva definito il classico "castigo di Dio". Se visto a distanza le cose potevano andare bene perché c'era il tempo per potersi praparare, trovarselo a bruciapelo, il più delle volte significava essere lo zimbello del paese, almeno per quel giorno. Alcuni scherzi erano passati alla storia anche nei paesi vicini. Le sue intenzioni parevano andare sempre a buon fine perché lui sapeva scegliersi i personaggi. A un contadino aveva dato a intendere che c'era un nuovo farmaco che faceva fare alle vacche un latte che aveva il sapore del caffè e  lo mandò in una farmacia di una cittadina vicina, quattordici chilometri di strada, per comprare bustine di "caffeina vaccarica". Un altro ingenuo, dietro suo consiglio, andò alla banca della stessa cittadina a chiedere, con insistenza, "Buoni Fruttiferi delle Teste Rare" che avrebbero fruttato cifre considerevoli.  Ma questi sono solo piccoli esempi.

Oggigiorno, pensare a questi aneddoti  viene voglia di sorridere più per degnazione che per ilarità, ma occorre pensare a certe zone e a certi tempi, quando gli scarsi mezzi di comunicazione obbligavano a condurre il riposo in paese e i divertimenti erano costituiti dai racconti dei vecchi davanti ai camini, per capire lo scalpore che potevano suscitare certe vicende.

Dal momento che quel mio antichissimo paese natio era sorto più per motivi bellici che urbani e contava a quei tempi meno di quattrocento anime, non aveva municipio ed era frazione dipendente dal comune che distava mezza dozzina di chilometri. Pastrano aveva funzione di messo comunale, una specie di portaordini e per di più vigile urbano delegato, becchino, depositario delle chiavi   del  cimitero, della torre, della cisterna grande, nonché tecnico della fonte d'acqua potabile, poiché in paese mancava l'acqua corrente e si doveva fare un bel po' di strada per andare a prenderla con i secchi. Oltre al compito di messo cominale, che assolveva dignitosamente, anche se con scarso entusiasmo, aveva un secondo lavoro al quale si dedicava con assoluta serietà e dedizione, perché ne aveva la predisposizione: prendere in giro la gante. Era nato con un intento: rompere le palle a chiunque e a qualunque costo. A fare le spese delle sue diaboliche trovate erano soprattutto gli ingenui che, fortunatamente per lui, non mancavano mai, tanto che era solito dire: - il Padre Eterno mi ha dato due cose importanti: ilpane da mangiare e i bischeri da sfottere. Uno di questi  era il postino, uno scapolo scorbutico, sulla cinquantina. Qualcuno lo chiamava "Canna al vento", per altri era semplicamente "Lo Zoppo". Un tipo felliniano, sempre scuro in faccia, borbottone, mai visto sorridere una volta. Faccia segaligna, quasi scheletrica, naso cilindrico e orizzontale, alto circa un metro e novanta, magrissimo, ciglia spioventi, con quegli occhiali piccoli e tondi di una volta, con lunghi peli che gli uscivano dal naso, era tutto un poema. Aveva una deambulazione oscillante a causa di una gamba rigida e a vederlo camminare veniva da pensare a un trampoliere zoppo o una canna al vento, da qui il soprannome. Rigorosamente col cappello in testa, mai visto il colore dei capelli o se ne avesse perché lo teneva calcato fino alle orecchie. Vederlo mangiare era uno spettacolo. A causa della totale mancanza di denti, la mandibola gli toccava quasi il naso e ad ogni masticata cappello e occhiali oscillavano  con movimenti contraposti, l'uno per la contrazione dei muscoli masticatori e gli altri per quelli mimici

Il paese non aveva alcun mezzo di comunicazione e giornalmente il postino faceva vai e vieni  dal comune per portare la posta con un calesse tirato da una vecchia cavalla bianca a palline grigio scuro, che ormai conosceva a memoria la strada e faceva il suo dovere con lo zoppo che dormiva a cassetta perché pare che la notte soffrisse d'insonnia. Arrivata a destinazione, la cavalla si fermava, lui si svegliava, sbrigava le faccende della posta, risaliva sul calesse e ripartiva per riaddormentarsi dopo qualche metro. Era sempre  così da anni, tranne quando pioveva o tirava molto vento. Questa consuetudine, nota a tutti, era stata felicemente sfruttata da Pastrano il quale, quatto quatto, un giorno gli aveva girato cavalla e calesse, così il nostro amico, svegliatosi, si era ritrovato da dove era venuto. Naturalmente il polver'uomo, suo malgrado, era entrato nel ruolo della vittima di Pastrano che in più di un'occasione aveva centrato il bersaglio  con grande successo perché, se è vero il concetto secondo il quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è altrettanto vero che le reazioni della vittima erano di portata  enormemente maggiore dell'azione ricevuta. Per cui, chi avesse avuto la fortuna di assistere al misfatto poteva vedere la faccia del postino diventare più scura di un cappello da prete, un unico sopracciglio formarsi  sulla fronte e poi sparire sotto la tesa del cappello, tirato giù con forza, quasi per impedire alla rabbia di uscire dal cervello e quell'anima lunga andare via in tralice, passando in rassegna le tante litanie del Santi, con le opportune modifiche, s'intende. Una domenica, con la piazza del paese piena di gente (la cosiddetta piazza era uno slargo nel selciato che poteva contenere  tutt'al più cento persone), Pastrano tirò fuori il metro da falegname, si avvicinò al postino e cominciò a misurarlo.

- Oh che se' grullo! - disse questi, -ma che sta' facendo?

- Ti misuro- risplose Pastrano.

- Oh perché?

- E' morto il matto della fattoria, 'un lo sai? Gli devo fa' la buca al cimitero. Era alto come te, allora, se ti piglio come campione mi levo la noia di fa' tre chilometri di strada, 'un ti pare? E poi, così quando devo fa' la buca per te ci ho già la misura, un se' contento?

Nel lungo monologo strillato dallo zoppo, l'epiteto più benevolo fu......ma è meglio non riferire.

Un giorno ci cascai anch'io. Anche se piccolo e quindi parzialmente perdonabile, possedevo la mia dose di ingenujità, per non dire di dabbenaggine. Non a livello dello zoppo, ma quasi. Mio nonno mi chiese di andare in cantina, distante di circa cento metri da casa, a prendere un fiasco d'olio che a quell'epoca, quando a causa della guerra gli alimenti erano razionati dalla tessera alimentare annonaria, era una specie di oro liquido perché se ne trovava poco. Questo mio nonno, sulla sessantina, aveva una grande personalità, vegeto e forte, poteva essere paragomato al John Wine dei film Western. Se ne dicevano tante in paese sul suo conto: sciupafemmine, menacazzotti, domatore di cavalli, da giovanissimo aveva al suo attivo un duello a fucilate con uno degli ultimi  banditi dell'epoca ( si parla degli ultimi anni dell'ottocento). A diciassette anni era scappato da casa per andare in cavalleria dell'esercito. I vecchi del paese raccontavano storie e aneddoti che lo riguardavano e che io seguivo con stupore e ammirazione. Babbo era in guerra e io lo seguivo da padre e da idolo. Ma tornando alla vicenda, mentre venivo verso casa con il fiasco in mano, tutto ad un tratto da un chiasso chi ti esce? Pastrano. E poiché l'immediatezza era  uno dei suoi pezzi forti, subito sbarrò gli occhi preoccupati e gridò: -bada, bada, ti s'è appiccicato 'l fiasco in mano, aprila subito! Purtroppo lo feci. Tornai a casa piangendo  e dovetti sorbirmi gli acerbi rimproveri  di nonno, non tanto per il fiasco d'olio perduto, quanto per il modo col quale m'ero fatto gabbare.